Do The Pop!

domenica, 05 agosto 2007

I can find three easy pieces...

Come mai non ho niente di meglio da fare che cambiare layout ogni due per tre a questo blog ormai autoreferenziale come non mai? Beh... prima di tutto perché è agosto. E' agosto ed io sono a Torino. E' agosto ed io non vado in vacanza. E' agosto ed io non vado in vacanza perché ho deciso di passare un'estate delirante ed alienante per studiare e poter dare gli ultimi tre esami che mi servono per laurearmi. E poi? E poi direi perché i layout di splinder fanno mediamente cacare e visto che non ho tutto il tempo. nè la voglia, nè la conoscenza dell'html propria dei migliori blogger di tendenza, preferisco cambiare a seconda del mio umore.

Ma torniamo a parlare di musica! Che qui oltre a studiare e guardare telefilm e scoppiare dal caldo è tornata la voglia di fare pop ed ascoltare pop. Ma non il pop in senso lato. Per pop intendo chitarre elettriche + melodie. Nemmeno power-pop, però.

Capita quindi che io non faccia altro che ascoltare i Buffalo Tom e mandare a memoria il nuovo disco, Three Easy Pieces.


Buffalo Tom - Three Easy Pieces
2007 - New Rose

E' un disco semplicemente meraviglioso. E stupefacente. Negli ultimi tempi mi sono perso in elogi sperticati per il ritorno in grande stile dei Dinosaur Jr., ma era nell'aria. Mai avrei pensato di potermi innamorare perdutamente di un disco dei Buffalo Tom ora. Nel 2007. Fuori tempo massimo da ogni cosa. Anni dopo l'ultimo, deludente, Smitten. Ma così è, signore e signori, perché ogni volta che lo ascolto - e capita spesso, almeno una volta al giorno se no sto male - cresce. Cresce che è un piacere. Immenso. Le canzoni sono meravigliose perché rispettano la formula di sempre: R.E.M. + J Mascis + Lemonheads, il tutto supervisionato da Alex Chilton. MA! Anziché cercare la giovinezza ormai perduta per sempre, Janovitz si è reso conto di essere uno splendido quarantenne ed ha adattato la sua penna di conseguenza. Ecco quindi i cori malinconici di Bad Phone Call e le prese di coscienza di You'll Never Catch Him, i ritmi sostenuti ma meditabondi di Three Easy Pieces e le speranze meta-springsteeniane di Let's Get Lost Downtown. La cosa ancora meravigliosa, però, è che il disco non ha solo queste canzoni. Non c'è un momento di rilassamento, perché sono tutti brani figli della stessa ispirazione, dello stesso stato emotivo e sono nati tutti per essere qui ed ora in un lavoro semplicemente galattico. Chi l'avrebbe mai detto. Forse c'è speranza.
postato da abrabax alle ore 21:33 | link | commenti (2)
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mercoledì, 27 giugno 2007

I ga(o)nzi son tornati

Il disco uscirà a breve, ma nel mondo di internet il significato di uscita discografica ha significati quantomeno "bizzarri". Si chiama The Silent Army e ovviamente non sono riuscito a trattenermi. L'ho ascoltato. Mi è piaciuto? Sì. Ma non mi ha ancora preso...

Stiamo parlando dei Polyphonic Spree, ultraquotato gruppo americano caratterizzato da un sound ampolloso e globale, un pop ai confini del progressive ma abbastanza vicino a certe sensibilità "alte" tra Flaming Lips e Mercury Rev ma portate a compimento da un ensemble di 25 persone tutte vestite uguali che in concerto le dilata ancora di più raggiungendo minutaggi esasperanti ma sublimi.

Quello che lascia sorpesi, di The Silent Army, oltre al cambio di produttore - da Dave Friedmann al tipo dei pAper chAse, e un po' si nota - sono queste differenze:

PRIMO DISCO


SECONDO DISCO


TERZO DISCO


La domanda è, cosa diavolo è successo? Perché queste divese da esercito (fragile)? E cosa sono quelle facce mogie? Quella tristezza così "realista"? Dove sono i veri Polyphonic Spree? Dov'è la band capace di raggiungere la catarsi con il pop?

Riascoltiamo il disco e boh . . . Il genere è sempre quello, il disco è pure bello - a tratti molto - e continua certe ideologie come la numerazione delle canzoni (questa volta le section sono 21 -> 32), ma si sente che è cambiato qualcosa. Chi va coi pAper chAse impara ad essere triste? Forse si sono resi conto, dopo anni di trip, che George Bush è ancora presidente o forse si sono resi conto che dio non esiste. O qualcos'altro. C'è grossa crisi. Ed erano un punto di riferimento. Peccato. Comunque il disco è bello eh. Continuo ad ascoltarlo... Ma i tempi di Night & Day forse sono finiti. O forse si sono solo presi una pausa.
postato da abrabax alle ore 19:24 | link | commenti (1)
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sabato, 23 giugno 2007

Bored #1

E' estate. Basta shoegaze. Ha rotto le palle. Volevo pure mettermi a fare shoegaze con la mia band ma quando arrivi ad Aprile e Maggio ti rendi conto che a) in tre non è bello fare shoegaze b) che cazzo ti metti a fare shoegaze con il sole? Il caldo? I dischi di Dom Mariani? E soprattutto, esce il nuovo disco dei Buffalo Tom e tu sei ancora qui a piangerti addosso con melodie tristi e riverberi from outer space? MA BASTA! E' finalmente tornato l'Hamilton che conoscete. L'Hamilton americanofilo e preso bene per il power-pop, l'indie-rock con le peggio chitarre e i depressi con le camicie a quadri. No perché, insomma, alla fine l'Inghilterra non è così stupida come predicavo ai tempi di abrabax, ma quando mi capita di ascoltare i Lemonheads - e capita parecchie volte... - mi torna in mente che home is where the heart is & my heart belongs to them. E insomma, w la musica rock, ma anche w la musica rock dei college americani. Insomma, se i Somewhere Between fossero americani sguazzerebbero alla grande nel circuito college e tutti canterebbero sha-na-na-na sui Replacements e su I Just Talk About Replacements. Il fatto è che sono metereopatico. E il mio metereopatismo incide sulla band e sugli ascolti. Dan me lo dice sempre: "Non puoi cambiare genere ogni giorno". Ha ragione. Certo è che se lui mi cassa sempre le canzoni non si va da nessuna parte - anche se il genere è sempre le stesso, rave on! Peggy Sue, uh uh uh - e non mi resta che ascoltare i Big Star, come sempre. Ehi, in effetti è da un po' che non ascolto i Big Star ma i dischi hanno cominciato a prendere possesso della mia camero e la stanno conquistando in maniera disordinata e sì, mi vergogno a dirlo, ma non so dove sono i dischi dei Big Star. Comunque, per dire, i dischi che ho ascoltato oggi:


 J Mascis and the Fog - More Light


Sonic Youth - Rather Ripped


Jayhawks - Sound of Lies

Tutto questo per dire che nonostante ora suoni un ibrido tra Lemonheads, Replacements e Dinosaur Jr (= Buffalo Tom, si beh, ma io ho la voce acuta), se fossi americano darei un rene per suonare nei Golden Smog. Alla fine i dischi sono sempre quelli e gira che ti rigira quando capiti nei luoghi del cuore ci rimani e tanto vale non prendere in giro nessuno. E' Dan lo shoegazer della cumpa, io sono quello con le magliette sfigate anche se ho smesso di comprarle perché ai concerti costano troppo. E comunque a me piacciono gli Yo La Tengo.

E anche i Goo Goo Dolls.

Ma questo credo sia un altro discorso.
postato da abrabax alle ore 23:01 | link | commenti (1)
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martedì, 10 aprile 2007

Silent screens

Non avevo mai capito nella sua totalità la domanda: "Le tue cinque canzoni preferite di sempre?". Credevo fosse una cazzata en passant a cui le persone potevano rispondere con le prime cose che gli venivano in mente. Ma poi, mi sono reso conto di una cosa. Chi riesce a pensare alle sue cinque canzoni preferite, o non ama la musica a sufficienza, o è dio. Tagliando la seconda ipotesi per mancanza di prove, passiamo alla prima: non puoi amare il rock'n'roll e racchiudere la tua esistenza nell'unicità di cinque canzoni. Non puoi. E' impossibile. Immorale. Inumano. Nick Hornby ci aveva provato con 31 canzoni, ma anche lì è un buco nell'acqua: credo che già solo i Teenage Fanclub abbiano fatto più di 31 canzoni da isola deserta. Insomma, perché tanto odio?

La verità è una sola. Da quando ci siamo messi in testa di tenere in ordine le nostre collezioni di dischi - ordine alfabetico? mah... io qui mi sto facendo divorare dalle pile di roba accatastata alla bell'e meglio - crediamo di poter catalogare tutto e di conoscerci alla perfezione al punto da poter dire con assoluta certezza quali sono le nostre canzoni preferite. Di ogni tempo. Ogni. Tempo. Cinque canzoni. Nemmeno un lato di lp. Ma che schifo. Mi piange il cuore pensare alle esclusioni. Sarebbe più giusto pensare alla top 5 quotidiana o - addirittura - oraria. Sì perché capita spesso di voler riascoltare roba che aveva messo da parte qualche tempo fa per scoprire il perché te ne eri innamorato follemente fino a pensare che tutto il resto fosse solo un riempitivo del cazzo (mi capita ogni giorno, invero...). Cioè, credo che il sottoscritto, CB, Ferdy Durke e tutti gli altri gonzi torinesi che si ascoltano un certo tipo di rock possano fare top 5 ogni giorno e dimenticarsi pezzi su cui si sono versate lacrime e sudore per poi riscoprirli e dire: oh cazzo... Capita ogni giorno. Forse è questo il bello del gioco.

Del nostro gioco.

postato da abrabax alle ore 02:30 | link | commenti (3)
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venerdì, 02 marzo 2007

We're an happy family...

C'era una volta una delle più grandi band di tutti i tempi. I Jesus and Mary Chain. C'era una volta è c'è ancora, visto che è notizia certa che i due fratelli più riottosi del rock inglese (i Gallagher? pfiu... dilettanti!) hanno deciso di mettere assieme le forze e ripartire per una serie di concerti assieme a Loz Colbert, ex batterista dei Ride. Forse si sono resi conto con vent'anni di ritardo che fare concerti da quindici minuti fatti solo da feedback non sono esattamente quello che il pubblico vuole da gente capace, in ogni modo, di scrivere dei pezzi pop coi controglioni. Chi vivrà vedrà. Io me li papperò al Summercase quest'estate. E' ormai certo.

Per chi invece ha voglia di sentirsi cosa hanno fatto in questi ultimi mesi, devono dirigersi verso Little Pop Rock esordio di Sister Vanilla, che altro non è che Linda Reid, sorella di Jim e William, che qui appaiono come co-autori dei brani e componenti a tutti gli effetti della band. Il risultato? Un dischetto assai piacevole, che rialza gli standard della Chemikal Underground dopo le imberbi prove di gruppacci come Mothers and the Addicts e De Rosa capace di mescolare quanto fino ad ora predicato dai fratelli e il pop "allargato" tra Mazzy Star e Mojave 3.

Ci sono tutti gli ingredienti per un grande disco minore che non si cagherà nessuno. Ed è esattamente così che sarà. Vuoi perché ormai gli occhi sono puntati sulla reunion del gruppo che iniziò il tutto, vuoi perché il tutto suona così demodé ed estremamente "sincero" da essere indicativo di un revival sbagliato (e quindi automaticamente giusto, per noi che viviamo nella speranza di veder rivivere la Creation Records). Però, se avete voglia di regalarvi 42 minuti di canzoni noise-pop che parlano di incidenti d'auto mentre si ascoltano i Pastels tra shoegaze e altra robaccia un po' più eterea che da queste parti va come il pane, beh, sapete dove andare a cercare.


Sister Vanilla - Little Pop Rock
2007 - Chemikal Underground

myspace
postato da abrabax alle ore 23:50 | link | commenti (5)
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sabato, 24 febbraio 2007

Quello che non potete leggere su carta...

Quello che segue è il report del Primavera Club 2006 che ho scritto per Sonic Magazine, una rivsita bi-mestrale di punk, indie & affini (ovviamente mi ha acquistato per parlare di indie... per il numero attualmente in edicola ho intervistato i Bloc Party, cose che ti segnano la vita). Lo metto qui perché la grafica della rivista ha fatto un casino ed ha tagliato a metà la mia lunghissima disquisitio. Insomma, non si capisce un cazzo di niente e visto che l'ho scritto, tanto vale metterlo qui.

Primavera Club
Barcellona, 1-2 dicembre 2006


Il festival musicale è un affare un po’ strano. In Spagna sembra che vivano per organizzare concerti ed eventi indie di portata internazionale. E questo non può che andare a loro favore. Prendiamo il Primavera Club. È la prima edizione ed altro non è che una sorta di spin-off invernale del ben più famoso Primavera Festival. Un esperimento che ha incontrato comunque una buona risposta del pubblico grazie soprattutto ad una proposta di prim’ordine. Sì perché nonostante sia una specie di “preview” o chiamatela come volete, gli organizzatori non hanno certo lesinato nella proposta. C’era l’unica data europea dei Wrens, c’era l’ultima esibizione in solitaria di Jeff Tweedy dei Wilco e c’era l’occasione più unica che rara di vedere dal vivo gli Sparklehorse del sempre più depresso Linkous. In tutto questo, un paio di colpi veramente da manuale come i New Pornographers e – most of all, almeno per quanto mi riguarda – i Teenage Fanlcub, invitati per suonare tutto Bandwagonesque, loro album del ’91 considerato, a ragione veduta, come uno dei capolavori del guitar-rock anni novanta. Barcellona, quindi. Una città dove senti pop ovunque. Per le strade, nei negozi, nelle persone. La cura Zapatero ha fatto in modo che i negozi di dischi potessero offrire mercanzia a prezzi senza senso (le raccolte della Universal a 5.20 euro, robe da pazzi!) e ogni concerto e zeppo di giovani che saltano, urlano e si sbracciano. Tutte le esibizioni del festival sono state accompagnate dal calore del pubblico – beh, tutte tranne quella specie di noia fatta a gruppo a nome Jackie-O-Motherfucker, che nessuno ha avuto il coraggio di applaudire – e tutti gli artisti si sono sentiti in dovere di dare il massimo, rendendo il tutto un pochino più speciale. Il primo giorno è aperto dall’esibizione di Bobby Bare Jr., un blues-rocker americano fatto e finito che scarica riff ed elettricità esaltante per continuare poi con la noia di cui sopra. Ora, i Jackie-O-Motherfucker possono anche vivere di rendita grazie al piccolo culti di segaioli dell’avanguardia che si sono costruiti grazie alla frangia più suicido-deprimente della critica musica mondiale, ma loro improvvisazione è semplicemente banale. Sai dove va a finire. Sai i suoni che usciranno. Sai tutto. Non stupiscono e danno l’impressione di quegli sfigati terminali che cercano di ripetere all’infinito i comportamenti di quella serata per cui sono stati per la prima volta al centro dell’attenzione. Patetici. Da evitare in blocco. Deve averlo pensato anche Greg Dulli quando, fregandosene dei problemi tecnici, ha tirato giù l’inferno con i suoi Twilight Singers (assieme a Mark Lanegan che si è limitato a cantare tre pezzi ed andarsene via, vabbè!): semplicemente il miglior gruppo Rock attualmente in circolazione. La band suona e la voce di Dulli esplode che è un piacere. Uno dei migliori concerti del festival, come quello degli Sparklehorse. L’imprevedibile Linkous tira fuori un set elettrico come non ti aspetti, sospetto tra i nervosismo delle sue distorsioni e gli alambicchi lo-fi suoi marchi di fabbrica e dispiace che uno così non voglia più fare tour né, tantomeno, mettere piede in Italia. Ne varrebbe sicuramente la pena. Il secondo giorno si apre con i Ladybug Transistor innocui ma tutto sommato piacevoli americani che giocano a fare i Phoenix. Ben altro copione hanno in serbo Laura Veirs – ispirata e carismatca, si presenta sul palco solo con la chitarra elettrica e il batterista per un set breve ed intenso – e Cat Power. La scoperto del soul da parte di Chan Marshall la porta in territori inediti ed affascinanti, tra profumi di Otis Redding (cover di I’ve Been Loving You Too Long) e timidezze da artista, la gatta riesce a graffiare come da noi non è ancora riuscita a fare. Arriva la sera ed arrivano i veri fuoriclasse. Mannaggia a te, Jeff Tweedy! Per colpa tua mi sono perso i Wrens perché mai avrei pensato che fossi così meraviglioso senza i Wilco. Il miglior cantautore attualmente in circolazione, con canzoni commoventi e un’intensità che – ehi! – non rivedevo dai filmati su You Tube di Elliott Smith. Un’ora e un quarto col cuore in mano e chi se ne voleva andare? Sarei rimasto lì tutta la notte. Poi, purtroppo, è finito e siamo andati a farci travolgere dai New Pornographers. I canadesi, dal vivo, sono ancora più power-pop che sul disco e hanno dei volumi allucinanti. E che tiro! Esaltante. Esaltante. Esaltante. Si batte il piede, si balla, ci si diverte. Questa è per certi versi la musica della Spagna e qui sono tutti contentissimi, anche perché è l’ultimo concerto prima dei Teenage Fanclub. Ora. I Teenage Fanclub sono il mio gruppo preferito è ogni cosa qui scritta va presa con le molle, però, cazzo, come fai a non emozionarti su Bandwagonesque? Non c’è una canzone che non sia bellissima e loro sono lì, al gran completo – c’è anche Brandon O’Hare, il primo batterista allontanato per problemi di droga – felici di esserci e di suonare davanti ad un pubblico che li adora. Ed eccole lì, The Concept, December, Star Sign, Metal Baby, Alcoholiday e tutte le altre, con i bis di God Know It’s True e Everything Flows. E non puoi farci niente, ci sei dentro fino al collo. Anche se loro non hanno né carisma né presenza scenica. Chissenefrega! È pop. Contano le canzoni. Conta il fatto che sono tutte bellissime e loro sono quelli che sono e quindi non potrà che essere fantastico. E mentre i feedback scendevano di volume pensavo a quanto sarebbe stato bello se dopo il concerto i quattro si fossero messi in testa di fare un nuovo disco esattamente come ai vecchi tempi. Eh sì.
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sabato, 17 febbraio 2007

La vendetta degli "uomini blu"

I dischi dell'anima arrivano quando meno te li aspetti, soprattutto quando scopri cose totalmente estranee al tuo campo d'ascolti solito. L'indie che tanto ci fa sognar nei giorni bigi spesso manca di questo fattore fondamentale. You got the money, I got the soul, dicevano i Primal Scream. Peccato che l'indie non ha nemmanco i soldi. Come a dire la beffa, oltre il danno. Ecco perché si torna sempre nei luoghi del primo peccato per scoprirne sempre di nuovi e diversi. Succede così che partendo da John Coltrane, da Marvin Gaye, dai Demon Fuzz e passando per Ali Farka Touré e Toumani Diabaté si arrivi ai confini del deserto assieme a Robert Plant per perdersi nel fuoco eterno della musica dei Tinariwen. Per loro le chitarre sono i veri fucili, così come i veri fucili sono le loro chitarre, this machine kills fascists e questa volta per davvero. Ma non chiamateli Touareg, come avverte Eddy Cilìa. Per loro è un nome spregiativo mentre preferisco essere appellati come "uomini blu". Mica male no? Ma le cose belle finiscono qui, perché nel paese degli "uomini blu" le cose vanno malissimo. E loro sono isolati a Parigi proprio perché non posso più rientrare a casa, dove vivono comunque come dei nomadi in tribù in mezzo al deserto. E vogliono che il mondo lo sappia attraverso la loro musica, che è la forma più pura ed autentica di soul attualmente in circolazione. C'è più sostanza in un minuto di Aman Iman che in due annate di futili discoboli indie e non è un luogo comune o un tazebao. Provate ad ascoltare i raga psichedelici che formano questi 54 minuti di ipnosi e magia e scoprirete il perché, uno ad uno, siamo stati tutti rapiti da quella che è sul serio musica senza tempo, musica dell'anima che scalda e combatte assieme a noi e noi con loro.


Tinariwen - Aman Iman (Water Is Life)
2007 - Independiente

myspace
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sabato, 17 febbraio 2007

Start again.

postato da abrabax alle ore 01:07 | link | commenti (2)
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giovedì, 04 gennaio 2007

Un lieve ronzio nell'orecchio

Certi suoni te li porti dentro. Sai che ci sono. Se devono catturarti, ti catturano e non c'è niente da fare. Prima o poi ti trovano. Chissà da dove arrivano e chi te li ha fatti conoscere senza che tu potessi accorgertene. Eh sì. Bella roba. Eppure la questione che i gusti sono gusti una valenza dovrà pur averla, no? Ecco quindi che ti accorgi che non c'è niente da fare e certe cose - anche se banali, ovvie, scontate, trite e "ma dai ma che te ne fai al massimo riascoltati i My Bloody Valentine!" - ti prendono. E le ascolti a ripetizione per tutto il giorno. Finisce il 2006 ed inizia il 2007. Tornano i vecchi amori, li avevamo lasciati nell'armadio polveroso dei ricordi, dove però abbiamo dimenticato di staccare la spina. Di spegnere l'amplificatore. E prima o poi te ne accorgi. Non puoi non notarlo perché è stato quel fastidio che non ti ha fatto dormire o ti ha fatto dormire male. Ecco cos'era quel lieve ronzio nell'orecchio.


Amusement Parks On Fire

Avevo paura fossero banali, perché chi li aveva visti aprire i dEUS non me ne aveva parlato bene. Però mi piaceva l'idea di un gruppo che si mette a fare shoegaze nel 2006. Out Of The Angels mi era piaciuto molto ad inizio anno, ma l'avevo lasciato lì a marcire. Poi, un po' per caso, lo riscopro nelle ultime battute dell'anno e non ascolto altro. E sì che ad ascoltare bene, usano sempre le solite progressioni di accordi, le stesse linee melodiche, gli stessi cambi e che certamente un disco come Loveless non uscirà più da nessuna parte. Ok, questo lo so. Ma questo può togliermi il piacere di amare un disco? Un disco con una canzone come Blackout, poi? No. Non credo. Quando esplodono le chitarre è pura gioia sonora. Io amo perdermi nei feedback.


Silversun Pickups

Forse fra un po' li conosceranno tutti. Sono andati al David Letterman Show ed hanno spaccato lo spaccabile. Così come il disco spacca lo spaccabile. Carnavas va cercato, ascoltato, sviscerato ed amato. Non hanno ancora una distribuzione europea ma arriverà presto. E le canzoni faranno il resto. Un'orgia di melodie affogate in una stratificazione strumentale e una distorsione figlia di quei suoni, di quell'attitudine. E il fatto che siano americani rende tutto questo magnifico. Lazy Eye, Future Foe Scenario: due delle canzoni più belle di questo 2006.

Un 2006 che era cominciato male, ma che si è rivelato comunque foriero di grandi dischi. Alla fine ho capito che cos'era a bloccarmi. Mi è bastato seguire l'istinto. E seguire quel lieve ronzio nell'orecchio. Un ronzio che ora è rumore, è feedback, è musica. E ci sono ricascato.

Buon anno.
postato da abrabax alle ore 10:45 | link | commenti (1)
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giovedì, 30 novembre 2006

There are things I want to do...



Teenage Fanclub (plays Bandwagonesque)
Sparklehorse
Jeff Tweedy
The New Pornographers
The Twilight Singers
Cat Power
Ween
Jackie-O-Motherfucker
Richard Hawley
The Boy Least Likely To
...


... and many more.
postato da abrabax alle ore 10:06 | link | commenti (5)
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